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Giacinto Grassi

Vinchio, 30 marzo '81

Caro Grassi,
intanto sento il dovere di ringraziarti per tutto il lavoro di scelta che hai fatto nel "Premio Asti" permettendo a me immeritatamente di fare bella figura. E' solo l'amore alla poesia e alla propria città che può fare così generosi. Ancora grazie. Ho letto "La clessidra". Mi pare di doverti dire anzitutto che nonostante tutti gli echi di folli avanguardie soprattutto non sempre sincere, tu rimani fedele ad una classicità che è viva come il sole in questo tempo così confuso e scomposto. La classicità ci raccorda alle voci della nostra tradizione, di cui abbiamo parlato ad Asti, quelle voci che sono eterne perchè dal passato parlano al futuro. Tu hai questo seme dentro e lo spendi con parsimoniosa pazienza come deve essere quando la insostituibilità delle parole si sforza di corrispondere al ritmo, alla musica che il verso deve nutrire dentro di sè per essere un messaggio oltre che una voce che si ostina a cantare. Tutte le tue liriche sono avvolte e intrise di una malinconia che mi ha toccato. Ognuno di noi porta dentro una sua pena che è più profonda perchè tutta intima e indicibile. E' un tempo questo in cui il dialogo è divenuto impossibile anche quando uno non chiede all'altro comprensione, impossibile quando si deve confidare un'angoscia. Quelle tue poesie dove quest'accento amaro è più scoperto, come "Tigli", come "Vita", come "Il pendolo", mi danno anche la spiegazione del tuo affanno d'uomo e soprattutto perchè non puoi, perchè devi essere poeta. Si canta sempre il dolore. E quando si riesce a cantarlo vuol dire che si ha conquistata la saggezza di resistere e la follia di sperare. A chi tocca questa sorte? Solo agli aridi e a chi non conosce l'arcano delle voci eterne. Caro Grassi, il plauso di un amico e l'affettuoso abbraccio.


tuo Davide Lajolo


La sua storia


Giacinto Grassi
era nato nel 1918 a Settime d'Asti. Nel piccolo paese adagiato su un colle della Val Rilate egli trascorse la sua infanzia e la sua giovinezza. Questo periodo fu per tutta la sua vita fonte dei ricordi vividi e precisi, che stimolarono i suoi versi poetici e il suo interesse per la cultura locale.
Grassi compì gli studi liceali ad Asti e quelli universitari alla Scuola Normale Superiore di Pisa , laureandosi in filosofia con una tesi su Spinoza e approfondendo poi gli studi sulle letterature greca, inglese e francese.
Cultore di studi filosofici, pedagogici e letterari pubblico presso la Nuova Italia monografie su Perrier e Livingstone, per cui curò egli stesso la traduzione dall'inglese. Oltre a una antologia pedagogica, uscita presso la SEM di Novara, aveva collaborato a numerose riviste di pedagogia e letteratura, tra cui la Lectura Dantis Internazionale, con due saggi danteschi.
Tra gli astigiani che lo conoscevano era innanzi tutto "il professore". Molti lo ricordano camminare per le strade di Asti mentre si recava a scuola o a tenere una conferenza, con l'immancabile impermeabile e la cartella di pelle sotto il braccio, assorto a inseguire pensieri lontani, sempre solo. Prima di approdare ad Asti come professore del Liceo Scientifico (dal 1958 al 1972) e dell'Istituto Magistrale (fino al 1982), aveva insegnato negli istituti superiori di varie parti d'Italia, prima a Taranto, poi a Jesi e Alessandria. Per le aspiranti insegnanti che si accingevano a sostenere gli esami di abilitazione, recarsi da Grassi per la preparazione dello scritto e dell'orale era una tappa quasi obbligata, così come lo era per i "maturandi" e per un gran numero di studenti universitari di cui seguiva la composizione della tesi di laurea. Fu inoltre apprezzatissimo docente di letteratura italiana all'Università della terza Età di Asti, che ha istituito in suo ricordo il premio di poesia "G.Grassi". Il nostro professore era stato inoltre uno dei promotori del Gruppo Ricerche Astigiane e uno dei fondatori della rivista culturale astigiana "Il Platano".
Pubblicò due libri di sue poesie Un caro paese nel 1966 e La Clessidra alcuni anni più tardi. In queste pagine si legge l'anima di questo letterato e poeta, si indovinano i volti delle persone che ha amato, si ascoltano i suoni e i ritmi della vita di campagna e si vedono le immagini care della sua giovinezza, ma si intuiscono anche la solitudine e l'amarezza.
Grassi si era anche occupato di letteratura, cultura e lingua astigiana. A questo proposito va ricordato il suo interesse per Angelo Brofferio e per altri personaggi della cultura Astigiana a cui dedicò il suo studio appassionato, con conferenze e articoli pubblicati numerosi sulla rivista Il Platano.
Tuttavia la sua attenzione non era rivolta soltanto ai "personaggi", ma forse in misura ancora maggiore alle figure anonime e quotidiane della sua terra e alle opere della sua gente, ai riti che scandivano la vita contadina col succedersi dei lavori agricoli e delle stagioni. Ricordiamo autentiche pagine di poesia e testimonianze vivissime nei suoi articoli sulla lavorazione della canapa ("La Canva"), sulle Rogazioni, sulle figure ormai scomparse come "El magnan" o "La lingera".
Lavorava ancora con entusiasmo a molti progetti, quando fu colpito dalla malattia che lo ha portato via il 28 gennaio 1993. Prima di ammalarsi aveva manifestato l'affanno, l'ansia, come li aveva definiti lui, di scrivere ancora e molto di più di quanto avesse fatto fino ad allora, ma gli era risultato estremamente difficile limitare gli impegni per ritagliarsi degli spazi dedicati soltanto a se stesso.
Il libro I fuochi del Mugnone , pubblicato postumo nel 1995, raccoglie i suoi primi due volumi di poesie, ma comprende anche poesie e brevi prose raccolte con pazienza tra i suoi appunti personali. Nei suoi versi lo scorrere del tempo e una sottile, costante malinconia.
La figura di Giacinto Grassi ha rilevanza ben oltre i confini dell'Astigiano e ben oltre la sua poesia. Il suo messaggio è particolarmente significativo per tutti gli insegnanti, perche egli apparteneva alla categoria dei docenti che sanno lasciare un segno vero e profondo nei loro allievi. Era un professore che riusciva a "fare" cultura sempre e ad essere sempre disponibile per le iniziative che promuovevano la tipicità della nostra terra.
La disponibilità, la grande modestia e l'umiltà, che caratterizzavano il nostro Autore, insieme alla sua cultura vastissima e profonda e alle sue grandi doti di comunicatore, sono qualita spesso rare nel mondo accademico e intellettuale, che rendono ancora più affascinante questo personaggio dallo stile coltissimo, "facile", ma mai cattedratico.
La sua grande umanità faceva sì che potesse stabilire, con chi lo ascoltava, un rapporto magico. Lo si ascoltava e si rimaneva immediatamente rapiti dalla ricchezza di sentimenti e di emozioni, oltre che di cultura, che riusciva sempre a trasmettere e a comunicare, con le sue avvincenti conversazioni, gli impensabili riferimenti, le citazioni. Più che un semplice insegante, un vero maestro.
Idealista e scettico, osservatore e profondo conoscitore dell'umanità, ha dato un contributo indimenticabile alla nostra cultura ed è rimasto, come ha detto Davide Laiolo in una splendida lettera trovata tra le sue carte, "fedele a una classicità che è viva come il sole, in questo tempo così confuso e scomposto".
Laiolo ha colto molto bene il personaggio Giacinto Grassi, il suo essere poeta e riconoscendone la grandezza, così si è espresso: "Tutte le tue liriche sono avvolte e intrise di una malinconia che mi ha toccato. (…) Quelle tue poesie mi hanno dato anche la spiegazione del tuo affanno d'uomo e soprattutto perchè non puoi, perchè devi essere poeta. Si canta sempre il dolore. E quando si riesce a cantarlo vuol dire che si ha conquistata la saggezza di resistere e la follia di sperare. A chi non tocca questa sorte? Solo agli aridi e a chi non conosce l'arcano delle voci eterne" .


a cura di Maria Grazia Cavallino

le sue poesie.....

OROLOGI

Codesti orologi che vendi,
mio caro amico, ricordano
questa nostra complicatissima
macchina d'uomini, fragile
e tanto sofisticata.
Ecco che salta di colpo una molla,
oppure s'allenta
una minuscola vite e tosto
ci coglie un'improvvisa vertigine.
Tutte le note e ordinate forme
di questo mondo che ci sta intorno
incominciano una ridda grottesca,
come di fantasmi ubriachi.
Si sciolgono i nodi stabili dell'esistenza,
il solido suolo su cui poggiamo
s'incrina, con grande terrore piombiamo
in un vortice nero ed altro non resta
di noi che un arido mucchio di sassi.


ROMANICO IN MONFERRATO

Tra le azzurre distese di grani
non ancora maturi e le calve piane
di prati falciati sbocciano fiori di rosso
mattone e di arenaria grigia
e di esangue tufo.
Solitarie facciate di antiche chiese romaniche
nascoste nel folto del verde
attendono eventi impossibili.
Ai piedi di torri senza più campane abati
nobili cavalieri e dame dormono un sogno centenario.
La morte si è fatta radici ed erba.
Nell'ombra discreta delle colline
si stempera l'urlo dei giorni lontani.
Parole incomprensibili pronunciano
lapidi ròse dal tempo mentre la dilagante
estate assorbe voci di uomini vivi.
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